I numeri di un disastro annunciato
L’invecchiamento della popolazione: la crisi prevedibile e ignorata
Nel cuore dell’Europa, il Friuli Venezia Giulia rappresenta un caso emblematico di come una crisi sanitaria possa essere il risultato diretto dell’incapacità politica di pianificare. I numeri parlano chiaro: secondo gli ultimi dati ISTAT, oltre il 27% della popolazione regionale ha più di 65 anni. Una delle percentuali più alte in Italia, che già è il paese più anziano dell’Unione Europea. Eppure, nonostante i segnali fossero da anni evidenti, nessuna strategia strutturata è stata implementata per affrontare il cambiamento demografico in corso.
L’invecchiamento della popolazione comporta un carico crescente di malattie croniche, disabilità e bisogni assistenziali continui. Il sistema sanitario regionale è rimasto invece ancorato a una logica ospedalocentrica, concepita per trattare l’acuzie e non la cronicità. Il risultato è un apparato che si muove con lentezza, inefficienza e spesso con disumanità.
Le RSA sono sovraffollate e sottodotate, le cure domiciliari sono insufficienti, e gli ospedali si ritrovano a gestire pazienti anziani con bisogni complessi senza strumenti adeguati. Non si tratta più di una questione emergenziale, ma strutturale. E chi governa la Regione continua a rincorrere soluzioni tampone, quando sarebbe invece necessario un cambio di paradigma.
Operatori sanitari tra aggressioni, demotivazione e mobbing
La crisi sanitaria del FVG non è fatta solo di numeri e strutture, ma anche di persone. Medici, infermieri, OSS, tecnici e amministrativi sono il vero motore della salute pubblica. Ma oggi sono stanchi, demotivati, spesso abbandonati. Non è raro leggere notizie di aggressioni verbali e fisiche nei confronti del personale sanitario da parte di pazienti o familiari esasperati.
A Udine, una giovane infermiera è stata aggredita da un paziente psichiatrico lasciato solo in pronto soccorso per ore. A Trieste, un medico è stato preso a pugni da un utente in attesa da troppo tempo. A Pordenone, un OSS è stato minacciato con un taglierino da un familiare in visita.
Ma la violenza non è solo quella evidente. C’è anche quella più subdola, sistemica, che si consuma nei reparti e negli uffici sotto forma di mobbing, pressioni psicologiche, isolamento professionale. Infermieri non ascoltati, medici lasciati soli, personale trasferito senza logica apparente. Tutto ciò genera frustrazione e fughe dal sistema sanitario pubblico.
E mentre si parla di “mancanza di personale”, molti professionisti lasciano l’ASUFC, l’ASUGI e le altre aziende sanitarie regionali per andare nel privato o all’estero. Non perché manchino i professionisti, ma perché manca un ambiente di lavoro sano, motivante, rispettoso.
Ad aprile 2024, l’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina (Asugi) e l’Istituto Burlo Garofolo hanno registrato una diminuzione di 60 infermieri, tra dimissioni volontarie e pensionamenti. La CISL ha evidenziato che circa il 30% del personale ha mansioni ridotte e fino al 15% usufruisce della legge 104, sottolineando la necessità di un confronto con la direzione per affrontare queste problematiche. RaiNews
Inoltre, la Funzione Pubblica CGIL del Friuli Venezia Giulia ha segnalato una continua fuga di infermieri verso il settore privato, attribuendo questo fenomeno a basse retribuzioni, carichi di lavoro estenuanti e difficoltà nel conciliare vita lavorativa e privata. Secondo il sindacato, il deficit organico supera i cento infermieri, equivalente all’organico di cinque reparti. fpcgil.fvg.it
Questi sono chiari elementi della miopia nella gestione della cosa pubblica che fa affrontata con la massima urgenza.
Una sanità progettata per l’acuzie che ignora la cronicità
Il modello sanitario dominante in FVG è rimasto ancorato a un’impostazione ormai obsoleta: l’ospedale come centro del sistema. Una logica che poteva avere senso in un’epoca in cui le malattie acute rappresentavano la maggioranza delle richieste di cura. Oggi, però, l’epidemiologia ci dice altro: diabete, ipertensione, BPCO, demenze, patologie cardiovascolari croniche, tumori. Sono queste le reali sfide.
Eppure, i pazienti cronici devono spesso peregrinare tra ambulatori, specialisti, farmacie ospedaliere, CUP, con un’organizzazione che sembra fatta apposta per complicare la vita invece che facilitarla. Manca la presa in carico globale, manca il medico di comunità, mancano le equipe multidisciplinari, manca una reale medicina territoriale.
In molte zone della Regione, accedere a una visita fisiatrica può significare aspettare sei mesi. Per un controllo diabetologico possono volerci anche otto mesi. Intanto, le complicanze aumentano e il paziente finisce in pronto soccorso, che diventa l’unico punto di riferimento disponibile. Ma il pronto soccorso non è fatto per la cronicità. E così si genera un circolo vizioso insostenibile.
Friuli Venezia Giulia: più personale ma servizi al collasso
Uno degli argomenti più paradossali è che il Friuli Venezia Giulia è una delle Regioni con il più alto numero di personale sanitario per abitante in Italia. Secondo i dati Agenas e Ministero della Salute, siamo tra le prime cinque regioni per rapporto infermieri/popolazione. Eppure, le liste d’attesa si allungano, i reparti chiudono, i pronto soccorso esplodono.
Com’è possibile? La risposta è una sola: organizzazione. Il problema non è il numero, ma la gestione. Il personale c’è, ma viene disperso, malgestito, sfruttato senza valorizzazione. Turni massacranti, assenza di coordinamento, duplicazioni burocratiche, progetti inutili. Invece di costruire team integrati, si preferisce moltiplicare le direzioni, i livelli di controllo, i vincoli amministrativi.
Un esempio clamoroso riguarda le USCA, le unità speciali di continuità assistenziale create durante il Covid. Invece di essere trasformate in nuclei permanenti per la gestione della cronicità a domicilio, sono state smantellate. Risorse formate e motivate mandate a casa, mentre il territorio rimaneva scoperto.
Criticità le criticità Evidenziate dall’ultimo report dell’università di pisa:
Carenza di Personale Sanitario:
Riduzione delle Prestazioni Sanitarie:
Spesa Sanitaria:
Rinuncia alle Cure:
L’assurdità delle procedure: il caso emblematico delle analisi del sangue
Per capire quanto il sistema sia disorganizzato, basta osservare un semplice caso: prenotare e fare un’analisi del sangue. In molte strutture pubbliche del FVG, la procedura è la seguente:
In sintesi: 4-5 spostamenti fisici, almeno due file, uso di carta, frammentazione dei servizi, spreco di tempo per tutti. In un’epoca in cui le banche permettono di aprire un conto in 5 minuti dal cellulare, e per prendere un aereo il ceckin è del tutto automatizzato, semplice e alla portata di tutti, il sistema sanitario del FVG funziona come negli anni ’80.
Lean Manufacturing in sanità: la rivoluzione che non arriva
C’è un modello organizzativo che ha rivoluzionato la produzione industriale nel mondo: la Lean Manufacturing. Nata in Giappone in ambito Toyota, si basa su concetti come eliminazione degli sprechi, ottimizzazione dei flussi, valorizzazione delle risorse umane, miglioramento continuo.
Questo modello è stato applicato con successo anche in sanità, in paesi come la Danimarca, il Canada, gli Stati Uniti, ma anche in alcune eccellenze italiane: l’Ospedale di Parma, l’Azienda Sanitaria di Trento, l’Humanitas di Rozzano. I risultati? Riduzione dei tempi di attesa, miglioramento della qualità percepita, riduzione dei costi.
La Lean in sanità non significa tagliare, ma semplificare. Creare percorsi chiari, standardizzati, digitalizzati. Coinvolgere i professionisti nei processi decisionali. Usare la tecnologia per facilitare e non complicare. Formare i dirigenti sulla gestione efficiente, non solo sul controllo.
In FVG, tutto questo è ancora un miraggio. La cultura manageriale è ferma al Novecento. Gli strumenti ci sono, ma manca la volontà politica di innovare. Si continua a preferire la conservazione del potere, delle poltrone, delle logiche spartitorie, a scapito della salute dei cittadini.
Conclusioni: cambiare si può, ma serve il coraggio della politica
Il disastro sanitario del Friuli Venezia Giulia non è un destino inevitabile. È il risultato di scelte sbagliate, di miopia politica, di incapacita organizzativa. Ma può essere invertito. Le soluzioni esistono, i modelli ci sono, le competenze anche. Bisogna solo avere il coraggio di metterle in pratica.
Serve una riforma profonda, guidata da un principio semplice: mettere al centro le persone, i pazienti e i professionisti. Ridare dignità al lavoro sanitario, liberarlo dalla burocrazia, proteggerlo dalla violenza. Semplificare l’accesso ai servizi, digitalizzare in modo intelligente, rafforzare il territorio, integrare ospedale e cure domiciliari.
Serve una visione nuova. Una politica che guardi al futuro, non al consenso immediato. Una classe dirigente capace di studiare, ascoltare, decidere. Perché la sanità non è solo una spesa: è un investimento. E la salute non è solo un diritto: è il fondamento stesso della dignità umana.
Il tempo per agire è ora. Ogni ritardo costa vite, salute, speranza.
Appassionato di lettura di testi storici, in particolare di storia moderna, lettore accanito di notizie, quotidiani. Attento alla citazione di fonti attendibili, nemico di Fakenews e Analfabetismo Funzionale.
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